Cento anni di “Vittoria”

Piero Castellano
3 min readNov 4, 2018

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Oggi l’Italia celebra la “Giornata delle Forze Armate” e l’Anniversario della “Vittoria” nella Prima Guerra Mondiale, allora e oggi giustamente chiamata “Grande Guerra.”
E’ impossibile celebrare le prime senza ricordare come e quante volte i cittadini in uniforme siano stati gettati allo sbaraglio, traditi e abbandonati soprattutto nella guerra “vittoriosa” in cui il Paese, già in ginocchio per l’inizio dell’avventura coloniale in Libia, lacerato dalle tensioni sociali e dissanguato dall'emigrazione non sarebbe mai dovuto entrare. Nonostante tutto, i sacrifici estremi imposti dalla Guerra unificarono il Paese, forse per la prima volta, e la cosiddetta “vittoria” completò l’unità geografica dell’Italia (a cui si riuscì ad aggiungere qualche pezzo che italiano non era e non sarebbe mai stato e si rinunciò ad altri che italiani erano solo di lingua e cultura) in nome degli ideali del “Risorgimento.” Ma l’abbuffata retorica e territoriale e l’ubriacatura nazionalista dei Feltri e dei Belpietro del tempo fece dimenticare troppo in fretta cosa quegli ideali erano stati: perché è vero che l’Impero Austro-Ungarico era un modello di buona amministrazione, ed è vero che i Borbone erano ricchi, costruivano strade e ferrovie e avevano il bidet (Loro: i contadini incontrati dagli Americani dopo lo sbarco a Salerno provarono a mangiare le saponette che gli venivano donate) ma è soprattutto vero che nel Lombardo-Veneto sotto gli Austriaci si veniva impiccati per un volantino o persino per la canzone sbagliata, mentre nel Reame una critica anche velata alla politica del Re Borbone garantiva una visita della polizia, l’arresto, il confino, l’esilio o anche la forca. I Savoia non erano e non potevano essere dei campioni di democrazia -un concetto sconosciuto agli Italiani dall'epoca d’oro dei Comuni, prontamente degenerati in signorie e staterelli pronti ad azzannarsi e a prostituirsi con le grandi potenze dell’epoca- ma la promessa di un’Italia libera dalla repressione era irresistibile, nella stagnazione politica degli stati satellite dell’Impero degli Asburgo. La promessa fu tradita cento volte, da Bronte a Bava Beccaris, dall’ambizione colonialista degli ex colonizzati fino all’8 Settembre, quando il castello di carte crollò e lo Stato costruito su quelle promesse dovette essere ricostruito, finalmente su fondamenta democratiche.
Ma mai il tradimento del Risorgimento fu più totale e assoluto come dopo il 4 Novembre 1918, quando al Paese unificato dai massacri di una intera generazione fu negata quella democrazia a cui aveva aspirato per un intero secolo, e in pochi anni regredì al punto da cui era partito, confino e prigione per i dissidenti, forca e repressione per i sudditi delle colonie, guerre inutili per aspiranti condottieri vanagloriosi in cui i cittadini in divisa venivano ancora una volta gettati allo sbaraglio, traditi e abbandonati.
E oggi, centesimo 4 Novembre da quella “inutile strage” i rappresentanti dei cittadini eletti dai cittadini ordinano a cittadini in divisa, la divisa che rappresenta noi tutti, di compiere azioni deprecabili e abdicare al dovere imposto dalle leggi italiane e internazionali, tollerano e incoraggiano linciaggi di dissidenti e critici, vorrebbero riportarci ancora una volta al punto di partenza di questo Paese che avrebbe tanto da offrire. Le Forze Armate siamo noi, le loro gesta onorevoli o esecrabili sono le nostre, commesse in nostro nome e su nostri ordini e la Vittoria, dopo cento anni di celebrazioni, è ancora lontana, ma non irraggiungibile.

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Piero Castellano

Photojournalist and writer, traveler, biker, based in Genoa, Italy.